Il lavoro di Alessandro Sambini ad Alvisopoli si muove in un territorio in cui pratiche relazionali e tecnologia si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Da tempo l’artista esplora le possibilità di dispositivi digitali ad alta complessità come strumenti per costruire esperienze collettive, e ad Alvisopoli questa ricerca trova una forma inedita: non un’installazione tecnologica da contemplare, ma un processo condiviso che prende corpo nel cuore del paese.

Alessandro Sambini, Nato a Rovigo nel 1982, vive e lavora a Milano con la fotografia, il video e altri supporti multimediali

La sua residenza inizia con una frequentazione lenta e quasi invisibile del bar, unico luogo di incontro stabile della comunità. È qui che Sambini intercetta un nodo centrale dell’identità locale: la Festa di San Luigi, evento che scandisce il calendario sociale della frazione e che resiste, negli anni, come momento di coesione e memoria collettiva. Attraverso conversazioni informali, racconti e fotografie, l’artista comprende che questa ricorrenza, con il suo corredo di rituali e simboli — dal palo della cuccagna ai giochi di piazza — è il vero collante di Alvisopoli.
Da questa consapevolezza nasce Festa sull’Aia, un dispositivo che unisce il gesto conviviale della piazza alla capacità della tecnologia di trasformare desideri in immagini condivise. L’idea è semplice nella struttura, ma complessa nella realizzazione: invitare gli abitanti a portare fotografie, ritagli o racconti di ciò che vorrebbero rivedere o immaginare sul selese, per poi tradurli in tempo reale in ambienti virtuali esplorabili con un visore VR.

Il giorno dell’evento, una colonnina elimina–code posta nel bar regola la partecipazione. In piazza, le sedie disposte in file parallele accolgono persone di tutte le età: anziani, bambini, famiglie, organizzatori della festa patronale. Nella stanza dell’antica pila del riso, l’Unità di Visualizzazione Karras (Mario Fragnito e Yien Zhou) da vita agli asset e agli ecosistemi tecnologici necessari. All’esterno, due studentesse della NABA (Marilia Fara e Marta Baggio) aiutano i partecipanti a indossare il visore, proteggendoli dal sole con un ombrello: un gesto di cura che sottolinea la natura inclusiva dell’azione.
Diciotto desideri prendono forma in quella giornata. La maggior parte guarda al passato: il selese brulicante di bambini, il riso steso ad asciugare, il vecchio mulino, figure storiche come Alvise Mocenigo, giochi di piazza e tradizioni perdute. Solo i partecipanti più giovani immaginano qualcosa di totalmente nuovo, introducendo elementi fantastici che rompono il perimetro della memoria.

Festa sull’Aia rivela così una dinamica profonda: la tecnologia, lungi dal generare utopie futuristiche, si trasforma in strumento di riattivazione del passato. Le immagini in VR non sono proiezioni di un altrove irraggiungibile, ma ricostruzioni sensibili di ciò che la comunità sente come proprio. La memoria diventa non solo archivio, ma materia viva da rinegoziare collettivamente.
In questo senso, l’opera di Sambini incrocia due filoni centrali di Ideal City: memoria collettiva, rigenerazione culturale e tecnologia, desiderio e immaginazione. La prima si manifesta nel recupero e nella messa in scena di un repertorio condiviso; la seconda, nella possibilità di tradurre in immagini immersivi desideri personali, trasformando un evento tecnologico in un rito comunitario.
L’atto di indossare un visore in mezzo alla piazza, circondati dai propri vicini, è allo stesso tempo intimo e pubblico: un’esperienza individuale che si alimenta dell’energia collettiva. È in questa tensione che Festa sull’Aia trova la sua forza, restituendo alla comunità un’immagine di sé che è insieme specchio, ricordo e promessa.
Tutto il materiale raccolto e generato attraverso l’incontro con i cittadini di Alvisopoli aveva bisogno di una sua formalizzazione stabile, in grado di farsi opera e di poter essere messo in mostra. Da qui nasce il video “One, two, three: duck!”, focalizzato sul dialogo immaginario tra alcuni dei nuovi abitanti dell’Alvisopoli virtuale. “Lo scopo di tutti è capire cosa farne del tempo che è stato e come prepararsi a quello che verrà”.
In equilibrio tra una scelta di suoni minimale e sospesa tra ricordo e promessa di futuro, tra frasi poetiche e premonizioni nostalgiche, la produzione di Sambini mette in scena il dualismo emerso in maniera netta dal processo attuato nel borgo di Alvisopoli. Pur essendo messi nella condizione di poter immaginare qualsiasi tipo di visione legata a Villa Mocenigo, la gioia, la gratificazione, la promessa di un domani migliore è intimamente connessa al ritorno di un passato che non è per forza storia, identità fondativa della villa stessa, ma anche il semplice ricordo di un tempo in cui si giocava a calcio tra risate e complicità sulla grande piazza antistante la villa.
I cittadini di Alvisopoli allora non hanno fatto altro che permettere una visione universalizzabile di un presente in cui si testimonia la perdita dell’unico vero motore sociale e civile che si possa desiderare: la capacità spensierata di stare insieme, di divertirsi in modo sincero, di dimostrare il proprio amore attraverso il dono di una rosa e di sfidare la sorte saltando su un palo che scivola.

Alessandro Sambini (Rovigo, 1982).
Nato a Rovigo nel 1982, vive e lavora a Milano. Dopo aver conseguito una laurea in Design e arti presso la Libera Università di Bolzano e un MA in Research Architecture all’interno del dipartimento di Visual Cultures presso il Goldsmiths’ College a Londra, si trasferisce a Milano. Qui inizia a lavorare con la fotografia, il video e altri supporti multimediali e a interrogarsi sulle necessità e sulle modalità che regolano la produzione di nuove immagini, la loro circolazione e diffusione e sui diversi ambiti di relazione tra l’immagine stessa e il suo pubblico. Dal 2019 lavora alla performance pubblica 1624, curata da Elena Forin e al progetto MARIO. Nel 2017 ha partecipato alla collettiva Fuocoapaesaggio curata da Dolomiti Contemporanee ed è stato selezionato per partecipare a Plat(t)form 2017 al Fotomuseum di Winterthur; nel 2016 il Fondo Privato Acquisizioni per l’arte contemporanea di ArtVerona ha selezionato l’opera People at an exhibition per l’acquisizione e il deposito presso MA*GA, Gallarate. La stessa opera è stata presentata in occasione dell’omonima mostra personale curata da Denis Isaia a Luglio 2016 presso Galleria Michela Rizzo. Nello stesso anno partecipa alla mostra collettiva Stories From the Edge, a cura di Francesca Lazzarini, presso la Kunsthaus di Graz (Austria) e alla mostra On New Italian Photography, curata da Fantom nella galleria Viasaterna (Milano 2016). I progetti dell’artista sono stati inoltre presentati in occasione di: Foto/Industria, 2a Biennale di Fotografia Industriale a cura di François Hébel, presso il MAST (Bologna, 2015); Flags, presso la Serra dei Giardini, a cura di Elena Forin (Venezia, 2014); Lo Spettatore Emancipato, a cura di Angela Madesani, presso la Galleria Giovanni Bonelli (Milano, 2014). Ha collaborato con diverse istituzioni, tra cui MUSEION, FORMA, MUFOCO, MAST, MA*GA e Triennale di Milano; nel 2009 ha vinto il XXIII Premio Gallarate Per Le Arti Visive, Terzo Paesaggio. Fotografia Italiana Oggi ed è stato finalista nel premio GD4PhotoArt, promosso da fondazione MAST. È co-fondatore del collettivo POIUYT e le sue opere sono nelle collezioni del MAGA, MUFOCO e Fondazione MAST. Attualmente la sua mostra personale Images at an Exhibition è esposta presso la sede GMR.2 di Mestre fino al 18 Luglio 2025.