Il denaro, nella sua forma contemporanea, è un dispositivo di astrazione. Riduce il valore a cifra, cancella la materia e la memoria degli oggetti che scambia. Prima di questa astrazione, per millenni le comunità umane hanno utilizzato forme di “moneta ornamentale”: conchiglie, denti, piume, pietre, vetri. Oggetti fragili e belli, capaci di custodire un valore che non si misurava soltanto in termini di utilità, ma di prestigio, alleanza, identità.

Duo artistico dal 2009, vivono e lavorano a Venezia.

Le perle di vetro, comprese quelle prodotte a Murano, furono parte integrante di questa economia simbolica. In molte culture dell’Africa occidentale non erano solo strumenti di scambio, ma veri e propri archivi di memoria: segnavano passaggi di vita, consolidavano alleanze, regolavano transazioni di prestigio. Alcune perle non potevano nemmeno essere vendute, appartenevano a patrimoni familiari e comunitari. Erano quindi al tempo stesso moneta e memoria, valore e narrazione.
Un’altra genealogia, quella delle oselle veneziane, racconta invece un’economia del prestigio. Dal 1521 i dogi della Serenissima sostituirono l’antico dono di selvaggina ai patrizi con una moneta annuale in oro o argento. Ogni osella aveva un conio diverso, celebrativo di eventi politici, militari o dinastici. Non era destinata al commercio, ma al dono rituale e alla costruzione di legami civici. Era, in senso pieno, una moneta simbolica: rappresentava il potere più di quanto non lo scambiasse.
Il progetto Economia del desiderio prende questa eredità e la trasforma. Nasce così Vitra: una moneta impossibile, non in metallo ma in vetro; non per il commercio, ma per la relazione. Ogni Vitra è modellata a lume a Murano direttamente dagli artisti, fragile come ogni legame reale. Non garantisce un prezzo, ma custodisce una domanda: che cosa vale, per te?

Durante l’esposizione vengono prodotte trenta Vitra, destinate a chi le richiede. Ognuno può sceglierne una tra quelle presenti o ordinarne una nuova, indicando colore del vetro e simbolo. I simboli sono tratti dall’immaginario di Alvisopoli, esperimento illuminista di riforma agricola e sociale: la Spiga di Grano, il Libro Aperto, l’Albero, la Fenice, l’Acqua e le Barche, gli Strumenti Agricoli, l’Ape, la Rosa moceniga. Non costituiscono un repertorio decorativo, ma un alfabeto collettivo, in cui ogni segno riattiva genealogie di valore e responsabilità.
Chi riceve Vitra deve indicare il luogo in cui sarà custodita. In caso di rottura, l’oggetto può essere rigenerato: la fragilità non interrompe il patto, lo rende visibile. Tutti i luoghi di custodia vengono registrati in una mappa pubblica, che non è semplice cartografia, ma costellazione di relazioni.
Come Yves Klein, Cildo Meireles o J.S.G. Boggs, anche Vitra agisce sul margine tra simbolo e scambio, tra gesto e mercato. Ma lo fa con un materiale che porta in sé la memoria di una globalizzazione premoderna: il vetro. La sua trasparenza non è neutra: custodisce storie di desiderio, appropriazione, potere. L’opera diventa così al tempo stesso oggetto estetico e strumento di indagine antropologica, capace di mostrare come il valore non si esaurisca nel prezzo, ma si radichi nella relazione.
Come Penzo+Fiore siamo stati i curatori e gli autori dell’intero progetto. Prima di ogni altra cosa siamo artisti, e in questa opera non consegniamo un oggetto, ma un apparato di relazioni. Vitra può essere considerata una didascalia relazionale dell’intero percorso: un compendio simbolico che restituisce genealogie di valore e chiede al pubblico di farsene custode.
Questa moneta non risolve la crisi del valore, ma la rende visibile. Non afferma: “vale”, ma domanda: “per te, cosa vale?”

Duo artistico dal 2009, vivono e lavorano a Venezia.
Prima della formazione del duo, Andrea Penzo (Murano 1969) inizia il suo percorso nel mondo del vetro, insegnando in Italia e in America, partecipando a mostre nazionali e internazionali che sfociano, nel 2005, nella residenza artistica “La cheba dei matti” nell’isola di San Servolo (La Biennale di Venezia, Fondazione Querini Stampalia, Fondazione Bevilacqua La Masa e Scuola del vetro Abate Zanetti). La residenza sancisce l’ingresso di Penzo nel contemporaneo.
Nel 2009, anno dell’incontro con Cristina Fiore (Oderzo 1979), si innesta nel suo percorso quello seguito precedentemente da lei nel mondo del teatro. Laureata a Ca’ Foscari in letteratura contemporanea, Fiore intraprende fin da giovanissima la strada del teatro, seguendo l’approccio antropologico e di ricerca insito nell’esperienza fatte con Antonio Attisani, il Théâtre du Radeau di Le Mans e il Teatro Nucleo di Ferrara.
Come duo Penzo+Fiore si confrontano con la necessità di trovare un linguaggio comune attraverso un vasto numero di esperienze vissute, nei primi anni, prevalentemente in Nord Europa. Uscendo dalla logica preminente del vetro muranese che predilige l’estetica e la forma al concetto, Penzo+Fiore ne sovvertono i canoni. La nuova direzione porta ad importanti risultati: le mostre internazionali da Dordrecht, in Olando, al Boca Raton Museum negli Stati Uniti; l’ingresso nel circuito delle gallerie veneziane del contemporaneo, con un collaborazione stabile che durerà due anni con la marina bastianello gallery e partecipazioni a mostre collettive da Michela Rizzo e Alberta Pane; partecipazione stabile con enti di ricerca e sperimentazione quali Dolomiti Contemporanee e RAVE residency; collaborazioni con enti e istituzioni quali Teatrino di Palazzo Grassi, Università Ca’ Foscari e Accademia di Belle Arti di Venezia.
Caratteristica del duo non è tanto una ricorrenza di tematiche, seppur presente nel loro lavoro, quanto un metodo di apprendimento/assimilazione di questioni strettamente legate alla natura dell’uomo e al contesto a cui si rapporta, che fa costantemente indagare il presente non solo con uno sguardo intimo e personale, ma anche attraverso la creazione di dispositivi di confronto e scambio di saperi con professionisti dei settori di volta in volta ritenuti utili a sviscerare i temi da affrontare, o attraverso il coinvolgimento di attori primari o secondari delle comunità di riferimento.
Ai progetti artistici tout court si affiancano progetti di riqualificazione territoriale; presenza come autori in riviste di settore e podcast tematici; collaborazioni con realtà storiche e territoriali legate all’isola di Murano e al suo patrimonio materiale e immateriale.